La barba lunga.
Ho rimandato la barba, insieme ad altre cose da fare, da scrivere, o fotografare.
Non so. Ho pensato che forse sarebbe stato meglio stare lontano da tutto, senza un tempo. Mi sono sempre aggrappato alle parole e ora me le sento scivolare tra le mani, senza che queste abbiano ancora un peso o una resistenza. E ho paura. Come quando pensi che la medicina potrebbe non fare effetto.
Mi comporto in modo che non vorrei, non dovrei. E mi dispiace.
Vorrei spiegare delle cose, sistemarne altre. Ma è tutto palesemente inutile. Anche ora, qui, sento che è vano, è stupido. Sento le risa di chi si specchia, di chi pensa di sapere, di capire. E le capisco.
Sento i miei pensieri ripetersi e il nodo stringersi, e non mi ribello neanche più.
Non lo dico per vittimismo o nichilismo. Lo dico per presa di coscienza, probabilmente realismo. Ti siedi e tutto è molto chiaro, e limpido. E la soluzione è sempre stata lì, definitiva, su un comodino o in un mobiletto di un bagno.
Poi si illuminano gli occhi mentre li stringi, per nasconderli anche a te, aspettando che una notte passi e un’altra ancora.
Mi ricordo giornate tutte uguali, dove il sole scende e sale sempre allo stesso modo e non aspetti nemmeno più niente.
Mi faccio il solito pezzo di strada a piedi e al capolinea guardo le facce. Quanto vorrei avere qualcosa con cui scrivere quando vedo delle facce. E cerco un motivo, un qualcosa che non mi faccia notare la perdita di tempo, il distacco che ho verso tutto e tutti.
Qualche notte ho preso il notturno, per riempirla. Ho fumato sull’autobus senza nessuno. Il suono del vuoto e l’odore del silenzio. Come il dolore e il tepore del sangue da una ferita. E ho pensato che fosse meglio.
Nessuno ti può salvare. Neanche queste quattro frasi. E’ un urlo sordo, alle 3 di notte come alle 6 di mattina. E può finire, muto, dentro una stanza qualsiasi.
Jacopo Paoletti