Jacopo Paoletti Tumblelog

Mese

Febbraio 2011

8 post

La copertina gialla.

Mentre ti leggo c’è un treno. Leggo di te e scrivo della storia che non pubblicheremo mai. È un libro dalla copertina gialla, dimenticato nella libreria del poeta notturno. Le pagine sono bagnate di umori, e di te che aspetti sulla soglia, con la fossetta che bacia uno strano sorriso.

Di te che aspetti, con la schiena inarcata e tesa a chiamarmi, che finisce divisa in due, come porta perfetta della casa nascosta, che non ho.

Di te che piangi e mi guardi, e dici parole invisibili, nel tuo silenzio stretto.

Impossibile è una parola, come lo è amore. Ci scorrono dentro i momenti, come dentro una frase, un periodo. Come binari inconciliabili.

Sono sul treno e scrivo, le nostre parole. Di te essenza, assenza. E ti cerco, dietro questo punto.

Jacopo Paoletti.

Feb 22, 20115 note
120 km/h.

Urla la musica e l’asfalto sotto. Sono vivo ancora, mentre solo resto. Sono vivo ora, e questo basta per tutto.

Jacopo Paoletti.

Feb 20, 20112 note
“I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.”
—Jacques Prévert
Feb 15, 201142 note
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#senonoraquando

Il problema è in ciò che il berlusconismo ha catalizzato, non tanto nel Berlusconi di questi 15, 20 anni. La deriva culturale di questo Paese (forse) era stata già preconizzata dall’ancora scomodo Pier Paolo Pasolini, profezia intellettuale mai realmente ascoltata, capita; probabilmente questo regime è solo l’ultima peggiore espressione dei nostri tempi: il prodotto, l’inevitabile risultato.

Tanto per citare Giorgio Gaber, che mi sembra sempre un’ottima sintesi: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me.”

Nell’oggi relativo di questa piazza, quella analogica quanto quella mediatica, come la nostra, adesso, digitale, c’è ancora una possibilità, una speranza: passa per il pensiero, la conoscenza, ma soprattutto per la presa di coscienza.

Il mediterraneo, la Tunisia prima, e l’Egitto ora, hanno scelto. Scelto di tornare ad autodeterminarsi, ad essere una democrazia de facto, e non a portarne solo il nome, che è la nostra condanna che perdura in questo secondo Ventennio tutto italiota, dalle nuove forme ma dalle stesse sostanze, nell’ottusa assenza di una certa memoria storica.

Esiste un’Italia “normale”, ma diversa. Era dentro le sciarpe bianche, oltre i colori politici. Era donna, era uomo. Era pacifica. E’.

“Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non così, come? E #senonoraquando?” (Primo Levi)

Jacopo Paoletti.

Feb 13, 201113 note
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Il divano rosso.

Ho sempre paura di non fare in tempo. A farle capire quanto hai amato, quanto è stato. C’ho pensato in auto, che potesse succedere. E non vedevo bene dal vetro, perché era sporco da troppi giorni; magari sarà la prossima rotatoria, ho pensato. Magari non ho avuto il coraggio io.

Poi ho fumato, ed era stanco, il cielo, da essere blu scuro, come in mezzo al petto. Ho fumato, e mi sono ricordato di quando era insieme. Ma non perché lo rivolessi di nuovo, perché è un bicchiere rotto tra le mani, tra i vetri e il sangue, che non si rimette insieme.

Ho fumato, e ti ho visto sul divano, di uno strano rosso, e c’era un film che non ricordo. Perché non era il film, ma ciò che si vedeva fuori, nel nero rotondo degli occhi. E quando mi dicono cose brutte, su di te, su di noi, io ho questo.

Questo mi fa passare tutto, anche ciò che non si è detto, o fatto. Anche ciò che poteva essere, e non è stato. Senza rinnegare. Senza ricordare. Come noi dentro una foto, tra quelle che non abbiamo scattato.

Non sono più, le mie parole. E ho guardato la stanza quadrata, che mi stringeva, e visto la tua. E i nostri limiti. Ti avrei chiamato per dirti queste cose, o forse altre, ma a che serve. A che serve. Non c’è ad ascoltare nessuno. Non c’è nessuno. La rabbia, la tua, ha mangiato tutto, il nostro passato. La rabbia.

Ho guardato calpestare tutto, senza un fiato. Perché ci sono tutte le mie colpe dentro, le nostre. Ho guardato calpestarmi senza importanza, senza senso. Non potrei lo stesso, e resto a guardare.

Mi siedo sull’angolo del mio letto, di questo letto, di un letto, di un altro letto. Inconsistente. E non ricordo più dove sono rimasto a dormire stanotte. Se eravamo noi, o se è stato solo un altro sogno. Se è finito un giorno o se era solo l’ultimo.

Jacopo Paoletti.

Feb 7, 20112 note
Le tre, di notte.

Ho fatto un sogno. Ed è stato come sognare, perché ero sveglio.

L’unico rumore erano i miei passi. Il freddo saliva dalla pianta dei piedi, sotto le scarpe, per prendersi dalle mani alla punta del naso.

Le case e la stazione. Le finestre sono chiuse come coperta per la notte. Tutte. Non cammina nessuno. Cammino io per tutti, che non ci sono. I minuti non passano. Non ho orologi; il telefono, muto, è scarico. Alla fine non servono. Non passano.

Potrebbe essere l’ultima. Cerco un posto per nascondere le mani, il viso. Cerco un posto per nascondermi. Tra le vie, c’è un sottopassaggio solitario, ed il portico del tabaccaio. Non solo il fumo, uccide. Le sigarette finiscono in fretta, insieme al resto.

Il calore, che perdo, ha il colore tiepido che esce dalla bocca. Mi lascia per sempre, per stanotte. Mi stringo dentro il cappotto, a chiudere le spalle, sotto il cappuccio, ai bordi delle guance.

È un deserto urbano, senza interruzioni. La luce del lampione irregolare. Tutto ha il sapore di pazzia, come è dolciastro il sangue che si emolizza in bocca.

Non c’è niente di umano, tra i capannoni, ed il cemento, il cotto dei giardini, della pietra medievale. I miei passi. Unico rumore sordo che non parla con nessuno. Rompono il tempo e lo spazio, senza senso, senza essere.

E non mi sveglio, perché non sto dormendo.

Poi ho pensato che avrei dovuto scriverne, se ne fossi uscito. E ho capito che non puoi riuscire, senza o sempre, a spiegare tutto, che ci sono situazioni in cui devi camminarci dentro, per capirle, che non puoi mettere delle parole in fila senza essere deriso.

Sulla superficie delle cose, ci si sente stupidi, come questa aiuola inghiottita dall’inverno, ora che è sceso il nero. Ci passo sopra, come faccio anch’io, come fanno con me. Nella leggerezza si può finire per uccidere, uccidersi.

Ed il sogno non finisce, non finisce. Il gelo mangia tutto: le lettere come i pensieri, senza potersi sedere.

È ancora notte: dentro o fuori da me è l’orizzonte, indefinita come l’alba, o il crepuscolo.

Silenzio. Arriverà domani, ancora. Con il primo treno delle 6.

Jacopo Paoletti.

Feb 6, 20114 note
Le scale.

Non c’è niente da cercare, quando ti sei perso.

C’è uno strano silenzio, nella testa, lungo questi viali, dove il traffico non parla.

Un silenzio fatto di assenza, un silenzio che asciuga le parole, sprofonda nel naturale esser soli. Un silenzio che non si fa toccare, che fa eco nell’angolo, proprio lì dove non ricordavi, che avevi dimenticato.

Ha chiuso la porta. Lungo le scale immagino che qualcosa finisca, che si interrompa tutto. La vita si spezzi su quei scalini, come la carta brucia, e finisce leggera, senza dare fastidio.

Ha chiuso la porta ed io non so più bene il giorno, se ieri o domani. Cosa posso aver perso, mentre sognavo. Se era in lei o semplicemente dormivo. Se era il mio letto, il suo, o se erano tante parole, in cui si cerca inconsistente un abbraccio.

Ha chiuso la porta, ed è come la doppia faccia della stessa barriera, in cui abbiamo chiuso le paure, i desideri. La tana in cui tutto inizia e finisce. Nella tristezza come nell’indifferenza.

Scale che non finiscono. Che sono oltre il portone, il cortile. Sono oltre me. Oltre te. In cui sono caduto.

Una signora mi guarda, alla fermata. Non c’è niente, non c’è nessuno. I viali tacciono. Forse non sono ancora sveglio. Forse non sono.

Jacopo Paoletti.

Feb 3, 20114 note
Camere senza soffitto.

La vetrina di quel negozio, dove sciogli stipendi, è il letto di qualcuno, stanotte. È una camera senza mura, e un vetro in cui ricordarti di quanti strati è fatto questo mondo. Ermeticamente stagni, si guardano ignorandosi.

Fuma, all’ultimo posto del tram. Fuma e non si lamenta, non sospira. Se sei già affogato smetti di gridare. E ogni volta che il fumo scende, è annegare di nuovo, senza fiatare.

Nell’ultimo angolo del treno cittadino si respira il nero. Ha dei vecchi mocassini, ma li porta come degli zoccoli da infermiere, con il bordo sotto i talloni. È seduto composto, dentro il suo zuccotto ed il cappotto blu. Non è neanche troppo sporco o malvestito, abbastanza per essere invisibile. Guarda verso terra e batte le ciglia, in una dignità composta. Le linee della pelle intorno agli occhi sono incisioni, sono strade. Sono cantieri infiniti di una vita, irrisolti.

Fuma un mozzicone da qualche fermata, e gli occhi gli brillano nel freddo. Ogni tanto affonda nel suo blu fino alla bocca, a nascondere il mento. Fa dei movimenti piccoli, e lenti, per ricordarsi di essere vivo.

La notte non lo vede e lui non vede la notte. È una coperta che non scalda, un tetto che non ripara. È la casa di tutti in cui non abiterebbe nessuno. Illusi di essere uguali, solo perché si sta in piedi, dentro un paio di scarpe, spesso consumate.

Gli chiedo se è la fermata giusta, dove devo scendere, e mi guarda, come se fosse la prima volta che qualcuno lo vede davvero. Perché puoi guardare ma non essere visto. Semplicemente per non essere. Puoi sentirti niente se ti bagni di questo; cosa c’è di umano nel mio, nel suo sguardo. Forse umano non vuol dire nulla. Sono tante scatole dove ci si illude di mettere qualcosa, un significato, un’idea. Ma il vetro delle cose è in mille pezzi di fronte a ciò che è solo, senza rimedio, senza un senso. Come noi due, in mezzo ad altri soli. Stretti nei propri vestiti come nei sogni. Senza rimedio, senza un senso. Come uomini, e nuvole, vietate di fumo.

Fuori piove; forse no. Non sono solo stelle, che piangono, nelle camere senza soffitto.

Jacopo Paoletti.

Feb 1, 20112 note
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