Martedi, Gennaio 25, 2011

Il titolo, che volò via una notte.

Ho mal di testa. Scende il nero, nella stanza. È il vestito del mio Piacere. Chiara, come il mio Desiderio.

Il tempo ha una forma allungata. Sono mura vuote, piene di silenzio. Sono mura.

Il limite è un cartello con scritte le tue paure. Ed è appeso, sulla rete di cinta, le tue autoreggenti, forse.

C’è una poltrona, nell’angolo. Non ci sei, ma mi guardi. Ma non con gli occhi, nel filo della penombra, ma come sei seduta. Mi guardi con le gambe strette, serrate, accavallate. Sul tacco che è come un filo teso sulle cosce, a definirle. Mi guardi con le mani curate, con i dettagli. La curva della tua schiena invisibile. È il nostro eco notturno, fatto dalle nostre parole. Da sogni che sembrano brutalmente confezionati, come le porzioni per single al supermercato. Il quotidiano è sempre pronto a divorarmi.

Mi parli con le labbra che sento attorno, stringermi, e il mondo è nascosto nel sonno. Carne che urla, rossa naturale. È soffio da una telefonata, la notte e il giorno si confondono come puntuale poesia; di parole pesanti che diventano cose. La tua voce.

L’inconsistente prende peso mentre la realtà si appanna, dietro le barriere di vetro, dietro le finestre. La nebbia è dentro la camera e fuori l’azzurro, per una volta.

Ma il cielo è qui, ed io c’affondo dentro. Sulla poltrona della camera dimenticata, nel giorno qualsiasi.

Resto con la TV in sottofondo e l’iPhone, sul bordo del letto.

Jacopo Paoletti.

Note

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