Martedi, Febbraio 8, 2011

Il divano rosso.

Ho sempre paura di non fare in tempo. A farle capire quanto hai amato, quanto è stato. C’ho pensato in auto, che potesse succedere. E non vedevo bene dal vetro, perché era sporco da troppi giorni; magari sarà la prossima rotatoria, ho pensato. Magari non ho avuto il coraggio io.

Poi ho fumato, ed era stanco, il cielo, da essere blu scuro, come in mezzo al petto. Ho fumato, e mi sono ricordato di quando era insieme. Ma non perché lo rivolessi di nuovo, perché è un bicchiere rotto tra le mani, tra i vetri e il sangue, che non si rimette insieme.

Ho fumato, e ti ho visto sul divano, di uno strano rosso, e c’era un film che non ricordo. Perché non era il film, ma ciò che si vedeva fuori, nel nero rotondo degli occhi. E quando mi dicono cose brutte, su di te, su di noi, io ho questo.

Questo mi fa passare tutto, anche ciò che non si è detto, o fatto. Anche ciò che poteva essere, e non è stato. Senza rinnegare. Senza ricordare. Come noi dentro una foto, tra quelle che non abbiamo scattato.

Non sono più, le mie parole. E ho guardato la stanza quadrata, che mi stringeva, e visto la tua. E i nostri limiti. Ti avrei chiamato per dirti queste cose, o forse altre, ma a che serve. A che serve. Non c’è ad ascoltare nessuno. Non c’è nessuno. La rabbia, la tua, ha mangiato tutto, il nostro passato. La rabbia.

Ho guardato calpestare tutto, senza un fiato. Perché ci sono tutte le mie colpe dentro, le nostre. Ho guardato calpestarmi senza importanza, senza senso. Non potrei lo stesso, e resto a guardare.

Mi siedo sull’angolo del mio letto, di questo letto, di un letto, di un altro letto. Inconsistente. E non ricordo più dove sono rimasto a dormire stanotte. Se eravamo noi, o se è stato solo un altro sogno. Se è finito un giorno o se era solo l’ultimo.

Jacopo Paoletti.

Note

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  2. postato da jacopopaoletti