“C’è solo un modo di dimenticare il tempo: impiegarlo.” (Charles Baudelaire)
Quando è agosto.
Quando è agosto, le finestre sono chiuse, nel paese. Il ventre stanco del fiume è un respiro caldo, senza fame e sete. La verità che non si può scrivere si nasconde ladra nei vicoli del posto qualunque.
C’è una strada, di notte, che vomita parole. Dove tu sei di passaggio, come il giorno che va nel suo letto. Il rumore dei passi che fumano sigarette, nella voce incomprensibile di nessuno, che non legge, non parla. Quando è agosto.
Jacopo Paoletti.
La Resistenza
“C’è una campagna di denigrazione della Resistenza: diretta dall’alto, coltivata dal cortigiano. Il loro gioco preferito è quello dei morti, l’uso dei morti: abolire la festa del 25 aprile e sostituirla con una che metta sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare insieme come eroi della patria comune Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti e il filosofo Gentile, presidente dell’accademia fascista, giustiziato dai partigiani, onorare insieme le vittime antifasciste della risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine. Proposte da comitati di reduci che evidentemente non hanno mai sentito parlare dei lager in cui i fascisti, prima e dopo l’armistizio, hanno chiuso migliaia di cittadini colpevoli unicamente di essere di etnia slovena.” (Giorgio Bocca)
Jacopo Paoletti
foto: Marco Galardini
Vorrei poter scrivere, trovare del tempo. E’ un da un po’ che ci penso. E così sono passati anni, tanto da non ricordare più se nel frattempo ho fatto ciò che fosse davvero importante. Me lo ricordo la sera, quando torno a dormire, ed è come girare i pensieri, nel vuoto, delle parole non scritte.
Jacopo Paoletti.
Io ci penso, ogni tanto. A come sarebbe potuto essere; se avessi fatto questo o quell’altro. Se avessi fatto scelte diverse, ieri. E ascolto un pezzo tra quelli soliti. Di quelli che ognuno ascolta, quando deve pensare di pensare. E sono domande vuote, quando non hai risposte certe.
E più il tempo passa e più queste domande aumentano. E più il tempo passa, e meno persone trovo, con le vere risposte. Io ci penso, ogni tanto. Seduto sul divano, tra i punti interrogativi. Ci penso. Ma resta il solito pezzo.
Jacopo Paoletti.
L’orlo.
E’ come vetro. Qui, è come vetro, soffiato, Murano. Le relazioni sono plastica, contorno. Di carne sono solo le semplici mani, che scrivono parole. Le labbra di sangue, che le dicono, mentre sussurrano. Il resto è una lunga strada, dai lati stretti e dal nero in fondo. Ed io cammino, sull’orlo.
Jacopo Paoletti
Solo.
Non ho mai avuto un equilibrio. E’ come una fitta fissa, vicino al fegato. Il mio salto nel buio, alle porte: cambio tutto, forse, per non cambiare il piccolo me. Quindi ci penso, e ci ripenso… E non riesco mai a restare solo; come una goccia insistente, che mi buca la testa.
Jacopo Paoletti
Casa vuota.
Cancello e riscrivo parole. Come con il sonno. Nascosto e vinto. Mentre avanti e indietro, lungo il corridoio, loro con me ci scorrono sopra. Ed è un sogno che non ti svegli e non ti addormenti. Fino a mattina.
Jacopo Paoletti
La barba lunga.
Ho rimandato la barba, insieme ad altre cose da fare, da scrivere, o fotografare.
Non so. Ho pensato che forse sarebbe stato meglio stare lontano da tutto, senza un tempo. Mi sono sempre aggrappato alle parole e ora me le sento scivolare tra le mani, senza che queste abbiano ancora un peso o una resistenza. E ho paura. Come quando pensi che la medicina potrebbe non fare effetto.
Mi comporto in modo che non vorrei, non dovrei. E mi dispiace.
Vorrei spiegare delle cose, sistemarne altre. Ma è tutto palesemente inutile. Anche ora, qui, sento che è vano, è stupido. Sento le risa di chi si specchia, di chi pensa di sapere, di capire. E le capisco.
Sento i miei pensieri ripetersi e il nodo stringersi, e non mi ribello neanche più.
Non lo dico per vittimismo o nichilismo. Lo dico per presa di coscienza, probabilmente realismo. Ti siedi e tutto è molto chiaro, e limpido. E la soluzione è sempre stata lì, definitiva, su un comodino o in un mobiletto di un bagno.
Poi si illuminano gli occhi mentre li stringi, per nasconderli anche a te, aspettando che una notte passi e un’altra ancora.
Mi ricordo giornate tutte uguali, dove il sole scende e sale sempre allo stesso modo e non aspetti nemmeno più niente.
Mi faccio il solito pezzo di strada a piedi e al capolinea guardo le facce. Quanto vorrei avere qualcosa con cui scrivere quando vedo delle facce. E cerco un motivo, un qualcosa che non mi faccia notare la perdita di tempo, il distacco che ho verso tutto e tutti.
Qualche notte ho preso il notturno, per riempirla. Ho fumato sull’autobus senza nessuno. Il suono del vuoto e l’odore del silenzio. Come il dolore e il tepore del sangue da una ferita. E ho pensato che fosse meglio.
Nessuno ti può salvare. Neanche queste quattro frasi. E’ un urlo sordo, alle 3 di notte come alle 6 di mattina. E può finire, muto, dentro una stanza qualsiasi.
Jacopo Paoletti
