Martedi, Maggio 10, 2011

Mi chiedo come sarà tutto questo tra neanche 10 anni. Se tutto quello che abbiamo scritto, detto qui dentro, sarà passato almeno come ciò che abbiamo taciuto.

Se sarà rimasto qualcosa, dietro le lettere vuote o le immagini stanche. Se questi byte sono stati davvero noi, o se è solo un riflesso, come tutte le cose, senza possibilità di reale memoria.

Lo penso mentre scrivo speranze di sogni sconosciuti. Mentre scrivo di me dentro la scatola senza contenitore. Mentre scrivo di noi, prima di dormire, come fanno i giorni.

Jacopo Paoletti.

Mercoledi, Dicembre 29, 2010
Guardando entrambi nella notte, sentivano ora che la loro infelicità quasi vaporava, non era più di essi soltanto, ma di tutto il mondo, di tutti gli esseri e di tutte le cose, di quel mare tenebroso e insonne, di quelle stelle sfavillanti nel cielo, di tutta la vita che non può sapere perché si debba nascere, perché si debba amare, perché si debba morire. “Notte” di Luigi Pirandello
Domenica, Settembre 5, 2010

La barba lunga.

Ho rimandato la barba, insieme ad altre cose da fare, da scrivere, o fotografare.

Non so. Ho pensato che forse sarebbe stato meglio stare lontano da tutto, senza un tempo. Mi sono sempre aggrappato alle parole e ora me le sento scivolare tra le mani, senza che queste abbiano ancora un peso o una resistenza. E ho paura. Come quando pensi che la medicina potrebbe non fare effetto.

Mi comporto in modo che non vorrei, non dovrei. E mi dispiace.

Vorrei spiegare delle cose, sistemarne altre. Ma è tutto palesemente inutile. Anche ora, qui, sento che è vano, è stupido. Sento le risa di chi si specchia, di chi pensa di sapere, di capire. E le capisco.

Sento i miei pensieri ripetersi e il nodo stringersi, e non mi ribello neanche più.

Non lo dico per vittimismo o nichilismo. Lo dico per presa di coscienza, probabilmente realismo. Ti siedi e tutto è molto chiaro, e limpido. E la soluzione è sempre stata lì, definitiva, su un comodino o in un mobiletto di un bagno.

Poi si illuminano gli occhi mentre li stringi, per nasconderli anche a te, aspettando che una notte passi e un’altra ancora.

Mi ricordo giornate tutte uguali, dove il sole scende e sale sempre allo stesso modo e non aspetti nemmeno più niente.

Mi faccio il solito pezzo di strada a piedi e al capolinea guardo le facce. Quanto vorrei avere qualcosa con cui scrivere quando vedo delle facce. E cerco un motivo, un qualcosa che non mi faccia notare la perdita di tempo, il distacco che ho verso tutto e tutti.

Qualche notte ho preso il notturno, per riempirla. Ho fumato sull’autobus senza nessuno. Il suono del vuoto e l’odore del silenzio. Come il dolore e il tepore del sangue da una ferita. E ho pensato che fosse meglio.

Nessuno ti può salvare. Neanche queste quattro frasi. E’ un urlo sordo, alle 3 di notte come alle 6 di mattina. E può finire, muto, dentro una stanza qualsiasi.

Jacopo Paoletti